Questo gruppo è aperto a tutti coloro che, una volta laureati, avendo riscontrato la scarsità di reali possibilità lavorative e l’apparente impossibilità a raggiungere in tempi relativamente brevi (per non dire “umani”) la tanto agognata indipendenza economica, si sono trovati a farsi due conti in tasca ed a ritenere, forse a ragione, che in Italia lo studio si sia rivelato, in questi tristi anni, un pessimo investimento.
Sia chiaro, qui non si tratta di rimpiangere le scelte passate, lamentarsi per la cattiva sorte e affini: questo gruppo è aperto soprattutto a coloro a cui piace studiare ed approfondire in primis (ma non solo) ciò che concerne il percorso universitario che hanno LIBERAMENTE scelto (i quali, dunque, si propongono di continuare a leggere anche solo per il proprio piacere), ma che si rendono conto che, com’è ovvio, non si può sopravvivere di scienza e conoscenza.
Il discorso, in breve, è squallidamente economico (nel senso di un matematicamente grigio confronto costi-benefici). Se, invece di seguire le nostre passioni intellettuali (e, in alcuni casi, di cedere alle pressioni dei genitori), fossimo andati a lavorare all’età di 15 anni percependo, diciamo, uno stipendio netto di 900 euro al mese, a 25 anni avremmo già guadagnato 117000 euro (calcolando anche le tredicesime) ed avremmo messo da parte anche un po’ di contributi per la nostra (speriamo) futura pensione. Siamo sicuri che studiando ci abbiamo guadagnato? Non sarebbe stato meglio leggere e documentarsi per hobby la sera e nel tempo libero? Dal punto di vista culturale, forse, non sarebbe stato molto differente; forse non sarebbe stato molto diverso neanche dal punto di vista economico e lavorativo…
Forse bisognerebbe prendere atto che oggi la cultura (in senso lato) è un qualcosa di aggiuntivo, simile ad un orpello ornamentale privo di utilità pratica, una droga a cui molti sono assuefatti, una passione irrefrenabile, ma, nella maggior parte dei casi, non qualcosa che dia delle serie possibilità lavorative meglio retribuite. Insomma, un “di più”, talvolta addirittura un “di troppo”.
Siamo in troppi e sul mercato del lavoro, come sulla bancarella del fruttivendolo al mercato, la merce in (sovra)abbondanza si svaluta, si inflaziona.
Antonio Caruso
Un interessante, se non altro provocatoriamente, gruppo su Facebook.
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